venerdì 10 febbraio 2012

Camera 408 - L'impermeabile





Vestivamo quasi uguali. Era autunno inoltrato. Quella coda di stagione che è un inganno continuo. Un periodo dell’anno così ambiguo e infido. Ci sorprese la serie di somiglianze, coincidenze, cose in comune e piaceri condivisi. Ma soprattutto lo stesso impermeabile.
Un impermeabile. Una cosa che dovrebbe proteggerti dalla pioggia, ma non quella vera. Una cosa che dovrebbe proteggerti dal vento, ma non quello forte. Una cosa che dovrebbe darti stile, ma non è per tutti. Un ibrido, un surrogato, un sotterfugio insomma. Erno proprio uguali. Lo stesso colore innanzitutto. Beige, come si conviene all’icona cinematografica. Lo stesso taglio. Spalline militari a sostenere la presunzione. Gli stessi bottoni. Grandi, come fossero punti dell’elenco dei nostri pregi. E il tessuto. No, ecco, quello proprio non era lo stesso. Il tuo era originale. Un cotone leggero, prezioso, lavorato a intreccio. Incerato con vera cera. Morbido e resistente. Elegante e moderno. Classico e dinamico. Quello che sottolinea l’eleganza innata che è in te. Quello che si muove seguendo l’armonia dei tuoi movimenti. Quello che vive tutti gli anni accanto a te e non sottolinea quanto stai invecchiando. Quello che raccoglie tutte le esperienze più significative della tua vita e le conserva nelle tasche.  Il mio no. Io indossavo una replica. No, diciamo le cose come stanno, era un falso. Non potevo permettermi quello vero e avevo ripiegato su qualcosa che era simile ma non era vero. Il tessuto era rigido come metallo e formava il mio corpo facendomi assumere posture improbabili. Era solo pieno di pieghe e di macchie, non di vita. E le tasche contenevano poco più che polvere e fili di cotone. Tu lo indossavi fiera, con i suoi tagli e strappi come ferite di battaglie vinte. Bandiera vecchia onor di capitano. Io invece, capitano non lo sarò mai.

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