mercoledì 5 settembre 2012

Camera 407 - Io ho quel che ho donato.


Milano, 5 settembre, ore 2:30 am, ascoltando il Requiem di Mozart.

E' una giornata molto luminosa, dalla luce accecante. Sono qui davanti a questo enorme edificio una volta importante. La luce riflette sulle pareti, impedendone la vista in alto. E la mente mi ricorda un'altra luce accecante. Quella che riflette dalla parete di marmo alta quasi cinque metri, alla mia destra. E' la parete esterna di una tomba. In alto c'è una scritta, non posso leggerla, ma so che c'è. E ricordo bene anche cosa c'è scritto. La conosco fin da quando ero bambino, quando entrai per la prima volta in questo cimitero. C'è scritto "io ho quel che ho donato", frase di Gabriele D'annunzio. Ovviamente da piccolo non ne compresi il significato, nè tantomeno conoscevo il contesto. Ma mi colpì lo stesso. Si legava a quel senso misto di ricompensa del sacrificio, attesa per la vita ultraterrena e presunta meritocrazia che imparavo a conoscere in quel collegio cattolico gestito da suore. Una frase che non ho mai dimenticato e che, anni dopo, mi piace leggere in una sua versione più laica e meritocratica. Ognuno è responsabile del proprio successo e del proprio fallimento. Quel che si ha, in termini di cose, affetti, amori, dolori e piaceri, è solo il risultato delle nostre azioni. Forse troppo semplicistica come equazione ma tant'è. Lo penso spesso. E in questi giorni, con questa luce. E allora forse non ho donato molto. O non abbastanza. Perchè tu non mi rispondi. O se lo fai, lo fai a intermittenza. Parole rarefatte, taglienti talvolta. Sibili nel silenzio. Ombre sfuggenti di movimenti in corsa. Mi mancano i dialoghi di una volta. Quelli in cui si parlava del futuro. Quelli in cui si parlava di progetti. Ero spesso dentro le tue parole. Ora sono qui nel silenzio e mi domando cos'è che non ti ho dato. Cos'è che non è stato detto. Qual è il momento in cui ci siamo persi.  Sei la mia paura e la mia voglia, il mio desiderio e il mio rifiuto. Giorni in cui mi rappresenti, giorni in cui ti vivo. Perplesso, oggi.

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