mercoledì 17 ottobre 2012

Camera 421 - Ad orare.





Milano, 16 ottobre 2012

Non saprò mai se hai letto queste righe, e tanto dovrebbe bastarmi per non scriverle. Ma tant'è, ci provo sempre a parlarti, con pari disincanto e trasparenza intellettuale. Tu invece temporeggi. Attendi, pensi forse, tentenni talvolta, stai a guardare, lasci correre. Ti basta solo girare la testa, o chiudere la porta. Io non ho la tua granitica certezza che non ne valga la pena. Coltivo da sempre il dubbio come alimento per la mente, e mi pongo domande, per capire. Convinto che, un confronto, un dialogo, una parola abbiano sempre valore. Le domande che nascono, e che con te vorrei trovare risposte, sono solo mie. Tu non hai domande, non riesci a formularne. Non fai ipotesi, ma silenzi affermativi. E pensi che il mio dubbio, quello che mi porta ad essere seduto qui, a poca distanza da te, sia sinonimo di fallimento, debolezza, indecisione. Io voglio solo provare a leggere, capire ed avere un'altra prospettiva. Vorrei un confronto, una riflessione condivisa, per capire se le domande ti entrano dentro, prendono una loro forma e danno vita ad una storia o restano morte. Ad orare ci sono solo io. Determinato a volerti raccontare che effetto fa dentro il tuo silenzio. A voler condividere la percezione di ri-conoscenza che ho delle tue poche parole. A mettere in contatto le mie con le tue parole, perchè si possa dare vita alla nuova esperienza che ci attende. Per me sarebbe facile, io accetterei. Per me, che non manifesto rabbia, che non riesco ad odiare, che non ho voglia di indugiare su particolari. Ma tu sfuggi. Io sono qui, semplicemente davanti all'immagine di te. Allora mia cara, ti ringrazio per avermi capovolto ancora una volta. Ti ringrazio per avermi mostrato il lato oscuro del dovere. Ti ringrazio per avermi ricordato la potenza del pregiudizio. Ti ringrazio per aver scelto il tuo necessario al nostro possibile. Io proseguo per questa strada di domande.


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