martedì 20 novembre 2012

Camera 504 - E come darle torto?



Ore 9:45
La stanza è fredda, nessuno è stato qui da diversi giorni e il condizionatore è stato spento. E’ un classico giorno dal mattino umido e noioso quanto basta. Accendo il computer e intanto mi avvio alla macchina Nespresso. Un caffè lungo stimola i sensi assopiti dai kilometri alla guida e risveglia il cervello. Ritorno al computer con il caffè fumante, ideale per accogliere la nuova settimana in questa stagione fredda. Lo schermo appare sfuocato, lattiginoso e denso come nebbia. Ma lì in mezzo c’è un messaggio. Una cosa bella? Dipende dai punti di vista, non certo dal mio.

Tempo dopo, una sera.
Mi avvio a mangiare il mio unico pasto giornaliero. Lo faccio di sera sperando di poter essere più rilassato. La strada per arrivarci non è lunga, la percorro a piedi, incapace di tenere a freno la memoria che scivola sulle tue parole. Ancora su quelle parole. In effetti, non potevano esserci parole più precise per descrivere quello che hai voluto dire. Anzi, anche peggio, quello che non hai voluto dire dal vivo. E a nulla è servita la telefonata che hai concesso. Mi siedo nel tavolo d’angolo. L’atmosfera è intorno è accogliente e calda, sebbene il locale sia ampiamente vuoto. In men che non si dica, arriva la zuppa del giorno che ho ordinato. Una zuppa di legumi e farro, dal forte odore di casa calda, di abbracci, di conforto che contrasta con quel tuo messaggio, dal brutto sapore, come fosse andato a male. Ho un libro che leggo senza attenzione. C’è Twentysomething in sottofondo e la birra nel bicchiere, insomma sarebbe anche una tranquilla serata se non mi sentissi incapace di fare alcunché, mi sento triste e a disagio ripensando quelle parole. Nel pomeriggio le avevo affogate in tanti caffè, mentre ero lì a lottare con me stesso per placare il desiderio di chiamarti. Perché non te la puoi cavare così. Io posso anche essere esageratamente esigente nel dialogo, nell’offrire sempre un’opportunità di dialogo. Tu però non puoi liquidare una cosa così importante e seria in questo modo. Ho impegnato il mio tempo, le mie risorse, le mie energie perché volevo a tutti i costi esaudire il tuo desiderio. Il nostro progetto. Un sorso di birra, arrivano i gamberi allo zenzero cotti al vapore. Delizioso il sapore, delicati i colori che fortemente contrastano le tue parole che puzzano di addio. E’ ora di uscire, l’aria è fredda e pulita. Incrocio uno sguardo: mi osserva perplesso, come volesse farmi delle domande, ma evita. Evidentemente la mia espressione parla da sé. Faccio un gesto che non facevo da anni: metto le mani in tasca, prendo una sigaretta, l’accendo. Una boccata, una seconda, m’incammino. In quell’istante un vortice di fumo e pensieri comincia a vorticare davanti ai miei occhi. C’è una miscela di emozioni e sentimenti che fatica a sciogliersi. Sono lontani i tempi delle spensierate conversazioni e dei costruttivi confronti. Il corpo sembra sopportare la pressione, forse per effetto della lunga passeggiata. La mente invece è ostaggio del vuoto tra quelle lettere. E come darle torto?



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