lunedì 4 marzo 2013

Camera 316 - Complicato forse, ma aperto.


Il racconto di questi effimeri fatti che mi accadono appare come racconto di un movimento apparentemente solo superficiale e orizzontale. Da una camera all'altra. Da un numero all'altro. Ma c'è un racconto meno evidente, verticale. Magari lo scopri per errore, sbagliando a premere il pulsante in ascensore. Una di quelle volte che hai la testa altrove. Una di quelle volte in cui pensi di fare la scelta di sempre e invece. Invece scopri che ad un livello poco inferiore, c'è il flusso della precarietà, del temporaneo, del qui e oggi, ma domani chissà. Come quando in hotel scendi al garage. Ma solo andando fino in fondo, a quel livello che l'ascensore indicherebbe come -2 dove ci sono i locali di servizio e passaggio, che si può trovare la determinazione che porta al compimento. La forza, la dedizione, la logica se si vuole, la dinamica. Movimenti in superficie che appaiono ampi e significativi sono determinati da piccoli movimenti profondi. E' laggiù che si costituisce il senso di me, è in quel profondo che si trova quello che rende la mia vita degna di essere vissuta. Laggiù trovi le emozioni profonde, quelle che se troppo a lungo accatastate minano le fondamenta, fino a farle crollare. E' laggiù che conservo i desideri veri, quelli che contano e ritrovo ad ogni primavera. E' laggiù che c'è l'impianto di responsabilità che scatta come un impianto di emergenza quando ce n'è bisogno. E ancora, è lì che conservo desiderio, piacere, passione, creatività, affetto, amore. Ma laggiù c'è poca luce, poca aria, l'ambiente appare ostile. Porte e porte, corridoi lunghi e improvvise scalette. Non c'è da avere paura. C'è da avere voglia di scoprire, curiosità di imparare, piacere di interessarsi. Accedervi è forse difficile, ma non proibito. Complicato forse, ma aperto.

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