sabato 4 ottobre 2014

Camera 216 – Senza parole.







Un’altra volta Parigi. Stavolta non ci siamo incontrati per caso, anche se eravamo disposti soltanto a bere un caffè nei pressi di Porte de Versailles. È stata lei a cercarmi o io a farmi trovare? Nessuno dei due aveva piani in merito, e forse nemmeno li aveva sperati, dopo la valanga del primo incontro. La ricordavo non gelosa di sé, ma presuntuosa, a tratti arrogante per via di quella grazia d’iddio che con modi quasi offensivi mi proponeva. Era bellissima. Difficile immaginare una realtà tangibile migliore per il top dell’eleganza femminile, con il suo gusto nello stesso tempo avanguardistico e démodé.
Io manco sapevo cosa avesse mai visto nella mia faccia. Ma per un momento mi sono illuso che c’eravamo incontrati per noi stessi, per riconoscerci. “Mi sembra che questo sia il centro del mondo”, ha detto. Poi abbiamo parlato della passione comune per Milano, epicentro dei nostri sogni sin dall’infanzia. Mi sono anche dilungato in una stronza conversazione senza ritmo. Lo so, quando divago, ci do dentro a lungo e non me ne accorgo. Così le racconto del mio convivere con l’horreur du domicile, dell’aver perso interesse per i rapporti occasionali e quindi insipidi, che non sopporto gli anelli al pollice e gli anelli d’argento, non sopporto le attese, non sopporto l’ombrello, la piazzetta, la pizzetta, le focaccine, le ciliegine di mozzarella, i pizzicotti, le fossette. non sopporto come sai fare tu, gli insopportabili, i gonfiabili, le ortiche, gli orti, i riporti, gli irascibili, le meduse, le fettuccine, le zie con baffi. Non sopporto le palline di melone, i puzzle di spigola, la cascata di prosciutto, la costruzione di un amore, la composta di frutta, l’ovosodo, l’esodo, l’esibizione, le esequie, gli ossequi, i seguiti, i segugi, i rifugi, i risucchi, le risacche. Non sopporto le pennette, le mollette, gli astucci, le bellocce, le boccette, l’insalata di riso e quelli che parlano per esperienza. Non sopporto la sporadicità, i peperoni verdi, le canottiere, le auto piccole, chi non risponde al telefono e chi si rivela fallimentare. Non sopporto i convenevoli, cara, caro, carissima, ma come stai bene abbronzata, dimagrita, con i colpi di sole, e hai visto i capelli di Carla? Non sopporto gli abusi e i delusi, chi insiste e chi desiste, il desueto e il dèsio, chi abbonda e chi abbandona, le cannucce nei bicchieri. Non sopporto i taciturni, i turni, il caffè riscaldato, il pan bagnato, l’odore dell’erba, la difesa e l’indifesa, e l’arroganza del tram. Non sopporto i solitari, le colline e le colle, le bolle e i bolli, i gerani e i girini e un’infinità di altre cose. Espongo la mia sterminata insopportazione che si fa sempre più ingombrante con l’avvicinarsi di certe giornate, con il passare degli anni e la risalita della puzza del cavolo cucinato.
Dopo un paio d’ore eravamo a mangiare un lobster roll e bere un Laurent-Perrier e poi verso le undici circondati dall’anonimato della 216. Questo è il posto giusto. Volevamo l’intramontabilità dell’amore e ci siamo ritrovati con il cavatappi sbagliato, rovinando uno champagne tra i più sofisticati e snob. C’aveva ragione lei, l’unica cosa degna di nota è il letto. La poltroncina dove sono finiti gli abiti era educatamente occultata nell’angolo dalla gonna e dal maglione che lei indossava appena entrata. L’ho capito dopo che usava quel capo ampio per nascondere il grande e selvaggio seno che non ne voleva sapere di starsene costretto in un cubicolo di stoffa. Va bene l’intesa di sguardi e la complicità delle menti, ma è nello spazio dove tutto si consuma: come ti muovi, come ci incastriamo nei corpi. Quando ti mancano le parole, serve il gesto fisico. È la fisicità che manca, il resto è niente.
La luce violacea del minibar la illuminava mentre finiva di spogliarsi, e io ho saputo solo fissarla. “Bene, e ora togliamoci questi vestiti” ha detto. Poi, in piedi, si è avvicinata a me. Non potevo più parlare, a momenti soffocavo. Non ricordo per quanto tempo poi sono stato ad accarezzarla, maneggiarla e percorrerla. Come se avessi percorso kilometri, sorvolando ora, atterrando poi. Non c’erano voci d’estasi, ma precipitosi suoni e rumori di frane improvvise. Poi il silenzio della contemplazione: una bocca, anzi due e labbra e lingue e dite e spaccature e serrate e spalancate e forzature e scivolate e pallori come conchiglie troppo esposte al sole. Poi con un gesto deciso, esperto e consapevole ha ritenuto giusto il momento di cercare di me una parte precisa, non una qualsiasi del mio corpo. Mi stava bene. Non volevo braccia che mi circondassero, non volevo stringere, tenere, non volevo sentire, non volevo ascoltare, non volevo null’altro che non fare a meno di lei. Tenetevi voi la vita come ricompensa alla noiosa semplicità, qui si cerca l’avvolgente complessità. Mi andava bene. E a lei? Partecipe e abbandonata, circondava e fuggiva, impugnava e scappava. Nessuno voleva un duello tra amore e disamore. Niente di proiettato verso l’ineluttabile declino che sopraggiunge agli eventi nascosti. Più tardi la luce è diventata gialla, quella dei lampioni del cortile interno. In quell’istante di freddo e silenzio che sono le 5 del mattino ci siamo guardati. Mi ha fatto notare che non avevamo parlato affatto da quando eravamo entrati in camera. Puro sesso. Che dire? Niente. Come in quelle conversazioni al telefono che piombano in un silenzio devastante. Non eravamo in grado di dire niente. Perchè capita a tutti un momento della vita in cui quello che si ha non basta più. Ci siamo sguardati, lei ha chiuso gli occhi con un gesto dal duplice significato. Ha chiuso fuori me dal suo privato e aperto sé stessa alle proprie fantasie. Poco dopo ci siamo svegliati, alzati e lavati. Quindi non c’è tempo neanche per un caffè? Mi ha chiesto con il consapevole presentimento della conferma di un no. Ha abbandonato la camera. Impavidi, avvinghiati, ci siamo regalati un paio di sorrisi meravigliosamente falsi. Perchè la cattiveria esige cura. E se non l’avessi mai incontrata? Aumentano sempre più le volte da dire ‘ma dai!?’ giacchè siamo circondati dai neologismi e dalle rotatorie. Ma dove sono finiti gli incroci? Davanti all’ascensore mi sono accorto che non era Beatrice. Ci siamo salutati così. Senza parole.

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