mercoledì 12 novembre 2014

Camera 2701 – Non sei così lontana.


Ventisettesimo piano, appartamento 2701, interno, notte. Mi sono steso sul letto di una delle tre camere da letto. Tre bagni, tre camere da letto, lavanderia, cucina, living, due terrazzi che affacciano su The Walk. Da una stanza attigua arriva il vociare distinto di un rapporto sessuale. E’ facile averne uno da queste parti. Basta salire al trentacinquesimo piano, bere un gin tonic e pagarne uno ad una delle tante donne dell’est che ci sono. Lavorano di giorno come commesse nei negozi del lusso in uno dei mall, oppure in altri hotel, e la sera vengono sulla terrazza di questo building che offre una spettacolare vista sulla spiaggia. Cercano divertimento e relax, ma non possono affrontare il costo esuberante di un paio di bicchieri.
Ecco, mi chiedevo ma che cazzo succede qui… perché partecipo sempre alle storie ma non sono mai il protagonista? L’amore è la risposta, e tu lo sai bene. E’ così strano ammettere di essere innamorati. Qualche volta l’ho ammesso anche io. Comunque poi lei ha sempre scelto un altro finale. A sedici anni avevo pianificato la vita, ed è andato secondo i piani, più o meno, fino ai trenta. Ma la vita può toglierti gli entusiasmi. Ho incontrato alcune persone che pensavo fossero quelle giuste. Ma in ogni persona c’è un minimo di cattiveria, e quella cattiveria può uccidere. Anche la tua stessa cattiveria può ucciderti. Ed oggi sono qui, senza più piani. Mi lascio indietro tutte quelle camere vuote. Perché la vita non funziona così, e la smetti con le scadenze. Ho pensato che con una valigia sola, e leggera, avrei potuto viaggiare più veloce, sarei potuto andare più lontano. E con la valigia vuota avrei potuto capire meglio cosa rimetterci dentro.
I requisiti fisici con il tempo cambiano, da urgenti restano solo importanti. L’intesa sessuale, la complicità mentale, l’intimità emotiva, la sintonia partecipativa, il piacere della condivisione, la fiducia nell’accogliere, questo e molto altro ancora si cerca. Cose che prima non riuscivi a capire, e che sono state parte in causa dei fallimenti. La camera mi provoca una reazione emotiva e provo a respingerla. Ho paura dell’oblio.. non provarci, lasciarsi andare, non riuscirci. Ma ti penso, come fossi lì fermo a guardarti.
Mi piace guardarti, perché sei bella. Mi piace stare insieme a te anche quando discutiamo di improbabili piani industriali, strategie di business, evoluzioni di mercati e piandi di marketing. Io con i miei polimeri e tu con le tue borse. Quando arrivi il venerdì sera, con la stanchezza che ti anticipa su per l’ascensore. Sprofondi sul divano,  e sono pronto ad ascoltarti. Mi parli di meeting con l’ufficio stile, i ritardi del merchandising, il progetto che è in ritardo, la collezione che è tutta da sviluppare, i confronti con il tuo capo, le scadenze sempre più ravvicinate, il tuo ruolo che si arricchisce di responsabilità, le risorse non sempre competenti, la riconosciuta professionalità che compensa i sacrifici, gli stores che dovrebbero vendere meglio, il designer che copia ma non interpreta il vintage, la qualità delle pelli che servono, le maniglie da disegnare, le tracolle da inventare, i colori da declinare. Mi mostri disegni in anteprima, mi metti al corrente di uscite future e snoccioli termini del tutto nuovi per me. Affermi che in fondo non ti spiace essere sposata con la tua carriera, che è il metro per misurare ciò che meriti, anzi che meritiamo. Ascolto, seguo, domando e cerco a mio modo di partecipare. Il tuo mondo della moda è lontano da me, ma tu non mi stai descrivendo questo. Mi stai raccontando di te, attraverso quello che fai. Che è un lato di te. Un modo per conoscerti. Io ti parlo di camere, tu di borse. E’ più facile aiutare gli altri che sé stessi. Ci raccontiamo e ci conosciamo. Quando ti svegli il mattino dopo, quando sei sorridente e contenta di essere venuta. Indugiamo a letto. Io vorrei uscire e tu oziare. Un modo per vivere l’intimità, secondo te. A volte c’è intimità a volte la fisicità. Perché siamo intimi anche quando in strada ci fermiamo attirati dallo stesso particolare, quando basta uno sguardo per un giudizio d’intesa su quella vetrina, per una parola detta e subito resa azione. Tu lo sai cosa mi serve. Ma non ho voglia di cosa ho bisogno. Ho bisogno di cosa ho voglia. Non posso essere attratto da una persona con desideri comuni. Tu sei una presenza forte, incisiva.
Steso nel letto, osservo il buio e ti vedo. Tra l’oscurità fisica della notte, quella mentale dei flash back, il silenzio per un momento prende il sopravvento mentre sono nel bel mezzo del mio grande soliloquio. Ora non è importante quello che le parole dicono ma ciò che la voce esprime. E se fosse un film, a  questo punto dovrebbe partire Fade to black.
Poi c’è la domenica mattina. Il risveglio,  la colazione, il caffè. Sul volto ti si legge che una volta a casa non puoi comportarti così. Mi sento ai margini, come con i baci frettolosi di commiato nel cuore della notte, gli impegni che si materializzano nel non detto di prima, gli appuntamenti in stand by, i messaggi di dopo per dire come siamo messi. Non abbiamo quel tipo di rapporto. E io penso, per questo non ho una volta a casa. Ma il tuo cercare di prendere le distanze da me non mitigherà affatto il mio pensiero per te. Mi piaci ancora molto. Idem. Ci si lega piano piano, e poi inevitabilmente si resta legati. E’ possibile convivere con il dolore, figuriamoci se non è possibile convivere con la distanza. Everything’s coming up. Idem sarà il si. Non sei così lontana.

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