mercoledì 5 novembre 2014

Camera privata – Per me.


Il ricordo visivo che ho di te è un’immagine verticale a dare il senso dell’indefinito che sei stata. Un’immagine in primo piano di un esterno che riflette. Tu, guardando in basso, verso il proprio interno, tanto per enfatizzare la solennità di quella perfezione che cercavi. Chissà se l’hai trovata oggi. Ci sono ancora dettagli intorno a mostrare la nobiltà antica e sobria del mio amore per te, seppure ricambiato dalla tua alterigia. Conservo stupendi scorci paessagistici del tuo corpo, selvaggio al mattino, pieno di colori caldi e sensuali. La mente torna e ricostruisce quell’ambiente scarno e troppo povero per i tuoi gusti, mentre con lo sguardo percorro dal basso verso l’alto quei momenti di sesso spensierato seppur doloroso. Ricordo ancora, ma con cautela. Che le emozioni s’infiltrino forzatamente non lo voglio. Ogni tanto scelgo liberamente se rivederti. Certi risultati si ottengono solo applicandosi molto. E siccome stavolta ho preso la libertà di ricordare qui, in scritto, con l’idea di dare una prospettiva diversa alla mia memoria, considero doveroso dirti grazie. Nel tempo vissuto insieme sono stato troppo a lungo nell’oscurità. Non proponevo nessuna soluzione, solo critiche. Sei sempre stata la stessa? Non lo so, e nemmeno mi rispondo più. Ho troppo spesso avuto occhi solo per vedere, orecchie solo per ascoltare, te e solo te. Poi ti ho ri-vista. Un attimo, ma appena in tempo. Ammetto che mi c’è voluto così tanto tempo per vedere chi sei veramente, per sentirti. Poche mattine fa, mentre stavo facendo i bagagli di questo viaggio per tornare a Kuwait City è squillato il telefono. Una voce che non avevo riconosciuto come amica, una donna che non sparisce, mi ha detto: “mi è piaciuto tantissimo Camera privata. Poi è arrivato il buio. E sono interessata a conoscere il resto della storia. Ti andrebbe di scriverla?” E prima che lei aggiungesse un’altra parola, prima di pensarci su una seconda volta, ho detto: “Si, ma io non scrivo storie su altre persone, io scrivo di me. E scriverò su di me, in quel tempo, a cominciare da oggi.”
Ho subito immaginato il tuo viso, t’ho visto sguardarmi senza sorriso. E da quel momento, ho scritto questo. Anche questo inizio, come spesso, sono partito con l’approccio sbagliato. Anche con te, ricordi? Sono stato attirato dal tuo ignoto, il mistero del perché una cosi spettacolare bellezza si trovasse lì, con me. Quel tuo silenzio e quei tuoi occhi. Ti ho detto dammi la mano, hai capito dammi una mano. Siamo caduti nel silenzio. Quel guardarsi negli occhi, intenso e silenzioso che dice tutto, che è diventato poi un altro intenso e silenzioso, non avendo più niente da dirsi. Eri giovane, con un viso luminoso, un corpo solido proiettato nella luce e mostravi con orgoglio il traguardo professionale raggiunto con intelligenza, caparbietà e solitudine. E perché eri lì e sei rimasta quelle settimane? È effettivamente un mistero, secondo me. Ma riflettendo prima, scrivendo poi, mi sono reso conto che il mistero era solo una piccola parte della storia. Ho parlato, con persone che t’avevano conosciuta, senza saperlo prima, e mi sono reso conto che non serviva a niente provare a ri-conoscere qualcuno se non ne conosci la storia, e che storia la tua! Pensavo di sapere del tuo passato, del tuo lavoro e così via. In realtà non sapevo nulla, o poco nulla. Ma questo non è il racconto della tua storia, semmai della nostra non-storia. Un racconto collettivo a due, semmai. Una storia senza scorciatoie, senza nulla di facile o immediato. C’è voluto tempo, non moltissimo, vero, forse il giusto. Amare, che per me è significato starti accanto, è stato duro, incessante, impegnativo, con un desiderio che è fluito incessantemente, senza fermarsi, sena riposarsi. E volevo catturare e farlo mio per sempre, quel desiderio. Volevo possedere quel fiume di audace passione, ardente desiderio e carne e sangue. Quel fiume con i suoi ritmi irregolari, sincopati, che scorreva attraverso le sue routine e le sue rapide, giorno dopo giorno. Un fiume che esigeva sacrifici, costringeva ad una lotta senza tregua, pretendeva esclusività e regalava sassi. Sono sempre stato io, anche quando ti vedevo piangere lacrime non per me, ma con me. Voglio mettere i puntini sulle mie i. I come immaginazione. I come io. I come iconoclasta. Non sopporto il dovresti, il corrimano, il cromato, l’acqua gassata, il senso unico alternato, l’alternativo, il redivivo, e il comodino. Se ti ho voluto bene? Ti vorrò bene per sempre. Accada quel che accada, non esiste voler bene che abbia un data di scadenza.  Questa sei stata. E questo sono stato io, senza mezze misure. Che invece vivevo comprendendo te e da te non compreso. Mi sembra di riascoltare la tua voce, e ho capito che questo siamo stati. Perché non devo dimenticare quello che posso fare, quella che è stata una mia ambizione, quello che devo fare. Fino alle ventidue si usa l’immaginazione, dopo si usa la memoria. La prima illude, la seconda delude. Per me.

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