giovedì 12 marzo 2015

Camera 122 – O qualche persona.




La sveglia alle 3, volo, colazione al terminal, rer, di nuovo cdg, poi arn, hotel. Dai venticinque gradi di Dubai ai -2 di Stoccolma. Carta fedeltà, servizio in camera, l’accappatoio soffice, check out ritardato, cortesie per gli ospiti e calde reminiscenze che io sono a casa.
Adoro viaggiare, penso sia uno dei segreti del mio stare bene, di essere vivo, tanto quanto stare fermi sia il modo migliore per invecchiare velocemente. Questa vita ha anche tanti momenti morti. Ci sono giornate in cui non gira perché non ho la giusta coincidenza e mesi in cui non viaggio molto perché non ho trovato la ragione giusta. Non è difficile vivere in questi non luoghi di transito, i non lieux di Marc Augè. E luoghi di transito sono anche le persone che incontro. Ma come accade che un volto, uno solo tra i tanti che incrocio, mi resta impresso, lo rivedo, lo voglio rivedere? Come accade che due volti, quelle due persone, agiscono per riconoscersi, per rivedersi, per legarsi? Magari due volti che tante altre volte si erano incrociati in un vagone di un treno, erano stati accanto in un volo, avevano tagliato la vista all’altro in un passaggio pedonale, ma non si erano mai notati. Mai osservati. L’inevitabile mistero, l’irresistibile attrazione, l’ineluttabile magnetismo dei non lieux. E sempre lì sono le storie che ho vissuto. Capirle è il primo dovere, altrimenti non ho modo di dar loro credibilità. In alcune storie il discorso è ancora più complesso. La storia in sé non ha chiarito se fosse veramente cattiva come dice di essere. Aveva il potere di boicottare da prima. Non lo fece, ma non mi è ancora chiaro se sia stato perché aveva simpatia per me o perché credeva che partecipare per un breve periodo significasse mantenere intatta la sua reputazione di femme fatale. E quando si hanno già molti stimoli, come questi pensieri, allora è bene potersi rifugiare in un luogo completamente vuoto. Amo la compagnia della poltroncina nell’angolo, della lampada sulla consolle, chiacchierare con gli sconosciuti in ascensore o al bar dell’hotel. Sanno arricchirmi. Il luogo, anzi, il non luogo, in fin dei conti è una cornice. Il quadro le persone che vi stanno dentro. Non ho mai pensato di fermarmi. Inutile negarlo, mi piace, è una bella vita. Se in passato non sono stato felice, non ho mai pensato dipendesse dalla camera in cui mi trovavo. E anche se può essere difficile, quando la pressione diventa troppo esasperata, è importante saper rinunciare a qualche proposta, a qualche persona. E’ il modo migliore per non finire con l’odiare questo viaggio. O qualche persona.

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