domenica 10 maggio 2015

Camera 533 – Pensieri scritti nel tentativo di prendere sonno.






Amsterdam non è mai stata una città meta, una città sogno per me. In tanti hanno detto e continuano a dire che città fantastica. A me insomma rimaneva sempre quell’impressione che si ha (aveva?) dall’Italia, di Amsterdam, anche se venendo qui, l’impressione è completamente diversa. La stessa cosa che accade con le persone, insomma. Però è una città che mi è sempre stata indifferente, fin dalla prima volta che andai a L’Aja. Invece da sempre avevo due città, che per quarantadue motivi diversi per ciascuna, volevo visitare. Una era New York, l’altra era Mosca. Nelle mie idee, in quei piani che fai quando sei un ragazzo che sfoglia le riviste di lusso, cioè non erano di lusso, ma viste in quegli anni sembravano di lusso, la prima che avrei voluto visitare, doveva essere NY. C’erano ragioni ovvie tipo che era più facile viaggiare verso ovest, tipo che c’erano dei parenti emigrati, tipo che l’ URSS che conoscevo era quella della cortina di ferro, de Una giornata di Ivan Denisovič il romanzo di Aleksandr Solženicyn, che sembrava grigia e inospitale per quanto riservata e attraente. Poi la vita si diverte a mescolare tutto, a farti deviare davanti all’ultimo metro del traguardo che sembrava già raggiunto. Così sono finito prima a Mosca. La cortina di ferro non c’era più, nemmeno Leonid Breznev che per me era il simbolo espressivo di quelle riviste russe tradotte che leggevo. Arrivai a mezzanotte in un aeroporto tanto enorme quanto aperto a tutti, tra militari armati e finti tassisti. Mi ricordo che tutti volevano offrire qualcosa. In un certo modo ero diffidente e spaventato, invece il calore e l’accoglienza dei russi si sono manifestati subito. Arrivai in hotel, Mandarin se non ricordo male, verso le due di notte. La strada dell’hotel era sporca di fango e neve e vicino ci stava una caserma. Non sembrava una di quelle strade che vuoi passeggiare per fumare l’ultima sigaretta prima dell’alba. Invece, scoprii che tutte le strade appaiono così a Mosca, perchè quando nevica e fa freddo, fa freddo sul serio e non si sta a perdere tempo a togliere fango e neve che già ne arriva. Però tornando all’hotel, che altrimenti divago tanto, erano le due di notte (o del mattino? Boh..) e il bar era aperto, la cucina pure, vendevano le sigarette e si poteva stare a chiacchierare e fumare come fossero le sei di sera. E non era un super lussuoso hotel che ti offre il servizio 24H caricando una cifra da investimento sulla black card. Era l’ospitalità russa. Che ho trovato a Mosca, a Kursk, a Minsk, a Yaroslav. Chi ti apre le case, chi ti offre un thè caldo, una vodka, una sigaretta. Tutti seri e calorosi, felici della loro offerta, severi nelle loro espressioni, rigorosi nelle loro file al freddo per entrare al Mausoleo, austeri nell’osservare la campana dello zar davanti al campanile di Ivan Il Grande. Mosca è quella donna alla quali non dici ti amo, ma che ti ama per tutta la vita. Quando poi sono andato a New York, la prima volta a febbraio di quest’anno, non mi è venuta in mente Mosca subito. Mi sono prima fermato ad un semaforo sulla 5th Av. e ho pensato: bellissimo. Forse ce l’avevo stampato in faccia, che tutti mi sembravano sorridermi, gentili nel chiedermi con lo sguardo quale fosse la prima parola che avessi imparato quel giorno. Se me lo avessero chiesto, avrei risposto: bellissimo. Però mi sono reso conto che loro non scherzavano. Camminavano, attraversavano, correvano, parlavano al telefono, portavano in mano bicchieri di carta con caffè fumante, scendevano le scale delle stazioni della metro, fermavano i taxi al volo, facevano la coda alla cassa di Dean & Deluca, mangiavano succulente eggs benedikt da Balthazar, sorseggiavano Chili Martini da Oceana, urlavano il loro amore in Times Square e molto, molto, molto, molto altro ancora. Ma non scherzavano. Mercanteggiavano, si. Trafficavano, si. Negoziavano, si. Ah, non dormivano. Quindi, non scherzavano e non dormivano. New York è quella donna alla quale dici ti amo, ma che non ti amerà per tutta la vita. Ho pensato a questo e a molto altro stasera. Non ho capito bene di cosa ho parlato con me stesso, di cosa ho scritto. Sempre ammesso che le altre volte ci sia riuscito, a capirmi e farmi capire. Sono stato il segreto di qualcuno. Così segreto che tanti lo sapevano, men che io. C’è già un nuovo biglietto per New York, e non per Mosca. Non è casuale, è una scelta. Poi penso a queste ultime nuove notizie, labili, per sapere chi era mio padre. E’ così che sto al mondo, penso, nel tentativo assurdo di prendere sonno.

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